CINEMA: LET ME IN

NELLE SALE ITALIANE

10/1/20114 min leggere

Ieri nelle sale italiane sono usciti due film di grande impatto; un'occasione rara se paragonata alla situazione stantia degli ultimi mesi nelle sale o a quella stagnante degli ultimi anni nella cinematografia mondiale. Il primo film è l'ultimo di David Cronenberg, A Dangerous Method, di produzione europea e canadese, film che non ha molto più a che fare con il post-modernismo cinematografico della seconda metà del Novecento per cui il cineasta canadese riuscì ad imporsi al grande pubblico e agli studiosi del cinema di tutti i luoghi, bensì si pone sulla linea intrapresa negli ultimi tempi a partire da History of Violence (2005) del dramma psicologico contemporaneo, per quanto tuttavia estremamente singolare, e all'interno di un percorso del tutto originale quanto organico. D'altro lato il suo autore, in quanto consolidato cineasta di avanguardia del secolo scorso, rientra oggi agli occhi di tutti nella categoria dei grandi autori della storia del cinema e pertanto è destinato ad attirare il grande pubblico, fatto anche di molti che non conoscono il cinema storico di Cronenberg, al punto da meritare le enormi sale 1 di molti multisala (Rif. 1).

Il secondo film, di cui parleremo qui e destinato a sale molto meno capienti, è Blood Story - titolo italiano non spiegabilmente connesso all'originale Let me in (Rif. 2) - di Matt Reeves: produzione anglo-americana basata sul romanzo di John Ajvide Lindqvist Lasciami entrare, e remake dell’omonimo svedese vincitore nel 2008 del premio come miglior film al Tribeca Film Festival di New York. Della tradizione cinematografica europea, e soprattutto di quella nord europera, il film senz'altro presenta atmosfere e ambienti, che sono mediate con sicurezza e impegno nell'americana ambientazione del New Messico, di cui tuttavia si continua ad evincere molto poco nel corso della visione, inframmezzata da chiché ben contestualizzati e da riferimenti e citazioni a grossi classici, tutti da individuare e scoprire, alcuni anche molto evidenti. Ciò è in linea con l'originale svedese del 2008, del quale le scene vengono talvolta ripercorse una dopo l'altra; nel senso che l'operazione è effettuata in chiave stilistica e originale dal punto di vista della composizione delle inquadradure e non in quella imitativa, e di cui una forte marca stilistica possono essere considerati i giochi della messa a fuoco da cui il rapporto contrastato tra porzioni minime in primo piano e campi lunghissimi di sfondo. 

La mediazione verso il pubblico americano, nel completo rispetto dell'originale da cui si evince notevole attenzione per il cinema europeo, è un'operazione che può dirsi piuttosto riuscita. In particolare, a fronte delle luci fredde, cupe, e poco contrastate, nonché drasticamente desaturate con le atmosfere al neon, secondo l'estetica novecentesca della cinematografia nord europea del primo film, troviamo nel secondo un equilibrio cromatico e dei contrasti tutt'altro che scontato e piuttosto affascinante dal punto vista dell'immagine, che avvicina le scene anche in tal senso al capolavoro hitchockiano del voyeur della finestra (Rear Window, 1954) - riferimento assolutamente assente nel film svedese -, al quale continueranno ad ispirarsi milioni di film nella storia della cinematografia di sempre. Da precisare, d'altra parte, che anche le luci fredde tipicamente nord europee sono frutto di un'operazione altrettanto stilistica e di costruzione della scena, pur se posti sulla linea della resa realistica degli ambienti. Inoltre, ai campi generalmente perlopiù ristretti, con primi piani e dettagli incisivi ed eloquenti del primo film si contrappone il ventaglio di inquadrature possibili e ben giustapposte del secondo, con primi piani pur singolari, meno evidenti e addentro la continuità tecnico-narrativa. 

La storia è ambientata nel 1983 e anche se presenta degli ambienti e dei costumi piuttosto contemporanei, la seconda versione oggi nelle sale presenta riferimenti precisi agli anni Ottanta pur se americani, in linea con la trasposizione, dal presidente Regan alla band musicale dei Kiss. Mentre il primo film sembra uscire letteralmente dal realismo popolare degli anni Settanta anche per quanto riguarda l'abbigliamento dei personaggi.

D'altro lato, la colonna sonora e i modi della stessa, l'ambientazione sonora del primo film è fatta di contrasti e basata sulla differenziazione degli umori, quanto quella del secondo, invece, presenta uno stile più trasparente e accomodante; così come, inoltre, mentre la bambina protagonista femminile del film svedese ricorda la Babsy tossicodipendente dello Zoo di Berlino (Christiane F. - Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, 1981) per i suoi tratti marcati quanto singolari dal carattere realistico, quella del film americano ricorda piuttosto Ornella Muti, per i suoi tratti marcati dalla bellezza oggettiva dal carattere singolare; il volto del bambino protagonista maschile, d'altro lato presenta caratteri marcati quanto singolari nel secondo film, così come nel primo rispecchia i caratteri tipici svedesi e nord europei nella versione più angelica. 

Il secondo film è tuttavia più articolato dal punto di vista narrativo, ovvero presenta diversi punti di vista e un'articolazione del senso cronologico iniziando due settimane dopo la storia narrata e presentando flashback; mentre il primo si svolge dal punto di vista del bambino protagonista (Rif. 3).

 Assolutamente ben giustapposte alla continuità tecnico-narrativa, inoltre, nel secondo film, le scene realizzate completamente in digitale, a velocità elevata, basata sugli scatti di movimenti innaturali di una figura del tutto artificiale, realizzate per rappresentare, sempre piuttosto in lontananza, con inquadrature in campo medio, gli attacchi del vampiro verso le sue vittime. Del resto, ogni aspetto estetico relativo il make up e l'effettistica, per altro piuttosto discreta e singolare, è decisamente convincente e realistica nel film americano come nel primo svedese, dai costi contenuti oltre che originalmente europeo, non si ritrovano.

La solitudine esistenziale è il tema del film nell'uno come nell'altro caso, il cui elemento più evidente è l'assenza delle figure materna e paterna, che risulta anche più accentuato nel secondo film in cui solo parti del corpo e mai il viso della madre vengono mostrati, di pari passo con la tessitura romantica di una storia d'amore destinata a durare l'intera vita.

Infine, la commistione di genere che si verifica in questo film, in entrambe le versioni e alla luce delle caratteristiche esposte, dove i connotati irreali sono così ben frapposti agli umori e alle caratteristiche della realtà, focalizzandosi sulla riflessione della stessa e dei suoi limiti, è quanto di più utile e interessante la cinematografia possa offrire sfruttando i suoi mezzi, oggi come sempre. [S. Bacon/ R. Daniele]

Riferimenti:

1. http://www.adangerousmethod-themovie.com/

2. http://www.letmein-movie.com/

3. http://www.cinemablend.com/new/The-5-Biggest-Differences-Between-Let-Me-In-And-Let-The-Right-One-In-20932.html

Le recensioni consultate sono molte, sia europee che americane, ma si segnala solo il link precedente in quanto l'unico reperito ad assere basato sulle individuazioni di differenze oggettive tra le due versioni del film piuttosto che su posizioni di priorità relative in generale al cinema europeo (e si intende di autore) e americano (e si intende per la massa).